
Un paradosso quotidiano
Quando si parla di inquinamento dell’aria, l’attenzione pubblica e politica si concentra quasi esclusivamente sull’esterno: traffico, industrie, centraline urbane, superamenti dei limiti di legge. Eppure trascorriamo tra l’80 e il 90% del nostro tempo in ambienti chiusi. È nelle abitazioni, nelle scuole, negli uffici e negli edifici pubblici che avviene oggi la parte più rilevante dell’esposizione quotidiana agli inquinanti atmosferici. Nonostante ciò, la qualità dell’aria indoor resta ai margini delle politiche di prevenzione, come se fosse una questione privata o residuale. Questa distanza tra il luogo reale dell’esposizione e il perimetro delle politiche pubbliche non è più spiegabile come una semplice lacuna tecnica: è diventata, di fatto, una scelta politica implicita.
Dal successo dell’HAP al rischio invisibile
Per comprendere questo ritardo è utile distinguere tra Household Air Pollution (HAP), Indoor Air Pollution (IAP) e Indoor Air Quality (IAQ), tre concetti spesso confusi ma che rappresentano fasi diverse della sanità pubblica ambientale. L’HAP, legato alla combustione domestica di biomasse e combustibili solidi, è ancora oggi responsabile di circa 3,2 milioni di morti l’anno, su un totale di circa 7 milioni attribuibili complessivamente all’inquinamento atmosferico. La sua riduzione è stata uno dei maggiori successi della sanità pubblica globale, perché il problema è stato reso visibile, misurato e affrontato politicamente. Questo risultato dimostra che quando un rischio ambientale viene riconosciuto come priorità pubblica, può essere prevenuto. Nei Paesi ad alto reddito, però, il problema non è scomparso: ha semplicemente cambiato forma.
Un rischio complesso e diseguale
Oggi, nei contesti economicamente più avanzati, il rischio dominante è l’Indoor Air Pollution. A differenza dell’HAP, l’IAP non deriva da una singola fonte, ma da una combinazione di esposizioni croniche: radon, biossido di azoto da fornelli e caldaie a gas, monossido di carbonio da apparecchi mal funzionanti, particolato fine, composti organici volatili emessi da materiali, arredi e prodotti di consumo, oltre a muffe e umidità in abitazioni poco ventilate. Si tratta spesso di esposizioni a basse dosi ma continue nel tempo, con effetti cumulativi e talvolta sinergici. Come già avveniva per l’HAP, anche l’IAP colpisce in modo sproporzionato bambini, anziani, persone con patologie croniche e famiglie socio-economicamente svantaggiate. La qualità dell’abitare diventa così un determinante cruciale di salute e un potente moltiplicatore di disuguaglianze.
La domanda inevasa sull’IAP
Se il solo HAP causa circa 3,2 milioni di morti ogni anno, viene inevitabilmente da chiedersi quale sia il contributo reale dell’IAP nei Paesi ad alto reddito. Oggi l’IAP non è pienamente incluso nelle stime globali del carico di malattia, non perché marginale, ma perché più difficile da misurare, monitorare e attribuire. Questa assenza non è neutra: produce una sistematica sottostima di un rischio sanitario che riguarda la quotidianità di milioni di persone. In sanità pubblica vale una regola semplice: ciò che non viene quantificato non entra nelle priorità politiche, non orienta le risorse e non genera prevenzione strutturata. Il risultato è un vuoto di responsabilità, in cui l’aria che respiriamo negli ambienti chiusi resta fuori dal perimetro delle politiche, pur contribuendo verosimilmente in modo rilevante al carico complessivo di malattia.
IAQ: dalla conoscenza all’azione
È qui che il concetto di Indoor Air Quality assume un ruolo strategico. L’IAQ consente di superare l’approccio per singolo inquinante e di adottare una visione integrata della prevenzione, rendendo l’aria indoor misurabile, regolabile e politicamente governabile. L’Unione europea ha compiuto passi importanti sul fronte dell’aria outdoor e dell’efficienza energetica degli edifici, ma manca ancora un quadro armonizzato e vincolante sulla qualità dell’aria negli ambienti chiusi. Senza questo passaggio, l’aria indoor salubre rischia di restare un privilegio per chi può permetterselo. Integrare l’IAQ nelle politiche climatiche, energetiche e sanitarie, sostenere la formazione dei professionisti sanitari e valorizzare il ruolo della sanità territoriale significa trasformare un rischio invisibile in una leva concreta di prevenzione, equità e responsabilità collettiva.
BOX – Cosa possiamo fare subito: dall’abitare quotidiano a cantine e piccoli cantieri
La qualità dell’aria indoor non dipende solo da grandi scelte tecnologiche, ma anche da comportamenti quotidiani, attenzione agli ambienti più critici e prevenzione durante attività comuni come cucinare o ristrutturare casa.
Nella vita di tutti i giorni
- Arieggiare regolarmente gli ambienti, soprattutto durante e dopo la cottura dei cibi e l’uso di prodotti per la pulizia.
- Controllare e manutenere caldaie, stufe e altri apparecchi a combustione; installare rilevatori di monossido di carbonio, soprattutto in abitazioni con gas.
- Ridurre progressivamente l’uso di fornelli e riscaldamento a gas, favorendo soluzioni elettriche efficienti, più sicure per la salute e coerenti con la transizione energetica.
- Intervenire precocemente su muffe e umidità, migliorando ventilazione e isolamento, prima che compaiano sintomi respiratori.
- Testare e mitigare il radon, in particolare in cantine, piani bassi e locali interrati, integrando questi controlli nei programmi edilizi e sanitari locali.
In cantine, garage e piccoli cantieri domestici
- Evitare fumo e qualsiasi processo di combustione in ambienti chiusi o poco ventilati.
- Limitare l’uso di vernici spray, solventi e schiume sigillanti ad alta emissione, soprattutto in locali interrati.
- Ridurre la permanenza dei materiali di risulta e stoccarli in modo ermetico, evitando accumuli prolungati.
- Garantire ventilazione efficace durante e dopo i lavori; contenere polveri e fibre con aspirazione e nebulizzazione durante tagli e fresature.
- Ricordare che esposizioni anche brevi, in ambienti confinati, possono determinare concentrazioni elevate di inquinanti indoor.
A livello di comunità e sanità pubblica
- Promuovere formazione interdisciplinare sulla qualità dell’aria indoor, coinvolgendo MMG, pediatri, pneumologi, medici del lavoro, igienisti, tecnici della prevenzione e infermieri, per intercettare precocemente segnali legati agli ambienti di vita e di lavoro.
- Attivare collaborazioni tra AUSL, ARPA e Comuni per monitoraggi indoor mirati, con priorità ai contesti più vulnerabili e alle abitazioni a maggior rischio.
- Coinvolgere professioni tecniche e filiera edilizia – architetti, geometri, ingegneri, imprese e produttori di materiali – per orientare progettazione e scelte costruttive verso la riduzione delle emissioni indoor e la tutela della salute.
Queste azioni, semplici e spesso a costo quasi zero, mostrano come l’aria indoor possa diventare un obiettivo concreto di prevenzione primaria. Rendere visibili e governabili i rischi negli ambienti chiusi significa ridurre esposizioni prima che si traducano in malattia e disuguaglianze.