Pesticidi e salute: il caso del glifosato

In un precedente articolo abbiamo affrontato il tema della sostenibilità ambientale, alimentare, economica e sociale e di come per raggiungerle sia urgente un’azione politica europea e globale per privilegiare e sostenere il passaggio dall’agricoltura convenzionale all’agricoltura biologica con la creazione di tutte le prerogative che possano favorirne lo sviluppo.

Se il nostro obiettivo comune è quello di un’agricoltura che sia capace di alimentare e soprattutto nutrire gli abitanti del pianeta, di mitigare il cambiamento climatico e di reggere le le pressioni consumistiche che privilegiano la quantità della produzione agricola piuttosto che la qualità, non bastano slogan o compromessi, ma sono necessarie decisioni politiche serie e non più procrastinabili che mettano a disposizione risorse adeguate.

Al centro della trasformazione dell’attuale modello di sviluppo c’è la salute dell’umanità e la scelta dell’agricoltura biologica diventa un obbligo. Oggi abbiamo a disposizione centinaia di studi scientifici istituzionali (ISPRA, OMS, FAO, ecc) che mettono in evidenza la pericolosità della chimica in agricoltura, per tutti gli esseri viventi, sia perché molte patologie croniche come il Parkinson, il cancro e altre sono correlate all’esposizione a diversi principi attivi dei pesticidi, sia perché l’utilizzo dei concimi chimici comporta il depauperamento dei suoli e la conseguente perdita di fertilità. Residui dei trattamenti chimici delle colture ormai si trovano dappertutto: suolo, aria, acqua e alimenti risultano contaminati, spesso da principi attivi persistenti per anni fino a decenni.

L’Istituto Ramazzini di Bologna, insieme ad altri 28 partner europei, si è occupato di analizzare l’impatto dei pesticidi sull’agricoltura e sulla salute umana attraverso lo studio scientifico SPRINT, progetto finanziato dal programma Horizon 2020 dell’Unione Europea, e proprio di recente sono stati pubblicati i primi risultati. Il team SPRINT (https://sprint-h2020.eu/index.php/resources/publications)  ha analizzato oltre 200 residui di pesticidi in più di 600 campioni ambientali provenienti da aziende agricole biologiche e convenzionali in diverse parti del mondo. Le matrici campionate comprendevano suolo, acqua, sedimenti, colture, aria e polvere delle case degli agricoltori. Lo studio ha rilevato che l’86% dei campioni esaminati conteneva residui di pesticidi e il 76% miscele di pesticidi. Il numero totale di pesticidi diversi rilevati nelle varie matrici variava da 76 nell’aria, 78 nelle colture, 99 nei sedimenti, 100 nel suolo e 197 nella polvere degli ambienti interni. I campioni associati alle aziende agricole biologiche hanno mostrato livelli molto più bassi di residui di pesticidi, sia in termini di quantità complessiva che di concentrazioni individuali, rispetto alle loro controparti dell’agricoltura convenzionale, ma l’effetto “deriva” delle irrorazioni di campi vicini o i residui di agricoltura convenzionale attuata in precedenza fanno si’ che sussistano minimi residui.  Un esempio di tale contaminazione “ereditata” è evidente nei risultati relativi a  tutti i 128 campioni di polvere in ambienti domestici (cioè nelle abitazioni rurali) sia in Europa che in Argentina, dove è stata individuata la presenza fino a 198 residui di pesticidi in cocktail. Il numero di pesticidi presenti in ogni casa in area agricola è risultato variare da 25 a 121, con un valore mediano di 75. Sebbene lo studio non abbia valutato il livello specifico di esposizione degli abitanti, è preoccupante che pesticidi già vietati rappresentino circa il 29% delle sostanze identificate.

A dimostrazione della pericolosità dei pesticidi, è stato recentemente pubblicato lo studio di cancerogenesi dell’Istituto Ramazzini sul glifosato (1), l’erbicida più utilizzato al mondo. Il Global Glyphosate Study (GGS) ha evidenziato importanti effetti cancerogeni anche a dosi considerate attualmente “sicure”. Lo studio è stato condotto dal Centro di Ricerca sul Cancro Cesare Maltoni  in collaborazione con un gruppo internazionale di scienziati del Boston College, della George Mason University, del King’s College di Londra, dell’Icahn School of Medicine at Mount Sinai, del Centro Scientifico di Monaco, dell’Università di Bologna, dell’Istituto di Biologia e Biotecnologia Agraria del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR), dell’Istituto Superiore di Sanità (ISS) e del Comitato Nazionale per la Sicurezza Alimentare del Ministero della Salute.

In questo studio a lungo termine, il glifosato e due formulazioni commerciali a base di glifosato, Roundup Bioflow (MON 52276) utilizzato nell’UE e RangerPro (EPA 524-517) utilizzato negli Stati Uniti, sono stati somministrati ai ratti tramite l’acqua da bere a partire dalla vita prenatale, a dosi di 0,5;  5 e 50 mg/kg di peso corporeo/giorno per 2 anni. Queste dosi sono attualmente considerate “sicure” dagli enti regolatori e corrispondono alla Dose Giornaliera Accettabile (DGA) e al Livello Senza Effetti Avversi Osservati (NOAEL) della UE per il glifosato. In tutti e tre i gruppi di trattamento è stato osservato un aumento di incidenza, anche se limitato ma statisticamente significativo, di tumori benigni e maligni in diverse sedi. Questi tumori si sono sviluppati nel sistema emolinfopoietico (leucemie), nella cute, nel fegato, nella tiroide, nel sistema nervoso, nelle ovaie, nella ghiandola mammaria, nelle ghiandole surrenali, nei reni, nella vescica, nelle ossa, nel pancreas endocrino, nell’utero e nella milza. L’incidenza è risultata aumentata in entrambi i sessi. La maggior parte di questi tumori sono rari nel ceppo di ratti Sprague-Dawley utilizzati (incidenza spontanea < 1%). Il 40% dei decessi per leucemie nei gruppi trattati si sono verificati in età giovanile e un aumento dei decessi precoci è stato osservato anche per altri tumori solidi. In particolare, circa la metà dei decessi per leucemia si è verificata a meno di un anno di età, paragonabile a un’età inferiore ai 35-40 anni negli esseri umani. Al contrario, nessun caso di leucemia è stato osservato nel primo anno di età sia nei controlli correnti che in oltre 1600 ratti appartenenti ai controlli storici degli studi di cancerogenicità condotti sia dall’Istituto Ramazzini che dal National Toxicology Program americano (NTP).

Questi nuovi risultati forniscono solide prove a supporto della conclusione dell’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro (IARC) del 2015 che lo classifica come probabile cancerogeno per l’uomo. Il prossimo passo della ricerca sarà l’analisi della neurotossicità, fondamentale per comprendere il ruolo che il glifosato e gli erbicidi a base di glifosato potrebbero svolgere nell’aumento di malattie e disturbi neurologici. ECHA ed EFSA stanno valutando i risultati del GGS, contiamo che si possa arrivare ad un bando o almeno ad un forte contenimento dell’uso di erbicidi a basi di glifosato, che vengano introdotte possibili alternative e che si investa nella ricerca di ulteriori soluzioni più compatibili con la nostra salute.

BIBLIOGRAFIA

  1. Panzacchi S, Tibaldi E, De Angelis L, Falcioni L, Giovannini R, Gnudi F, Iuliani M, Manservigi M, Manservisi F, Manzoli I, Menghetti I, Montella R, Noferini R, Sgargi D, Strollo V, Truzzi F, Antoniou MN, Chen J, Dinelli G, Lorenzetti S, Mantovani A, Mesnage R, Perry MJ, Vornoli A, Landrigan PJ, Belpoggi F, Mandrioli D. Carcinogenic effects of long-term exposure from prenatal life to glyphosate and glyphosate-based herbicides in Sprague-Dawley rats. Environ Health. 2025 Jun 10;24(1):36. doi: 10.1186/s12940-025-01187-2. PMID: 40490737; PMCID: PMC12150505.